
La prima immagine è quella di un villaggio in fiamme, il nome non è importante. Ci troviamo al confine tra l’odierna Albania e l’odierna Grecia, non è importante da quale parte del confine. A un chilometro circa ci sono donne uomini e bambini che parlano tutti in arbëreshe, l’albanese antico. Ogni tanto si voltano a guardare le loro case che bruciano. Devono camminare senza fermarsi, fino alla costa, se vogliono sfuggire ai Turchi. Speriamo che il mare sia calmo, altrimenti in Calabria non ci potremmo arrivare, pensa il sacerdote barbuto che li guida. Accanto a lui c’è sua moglie che tiene in braccio il loro figlio più piccolo. È una notte del 1488.
La seconda immagine è quella di un ragazzo, Ilir, che sta cercando di fuggire dall’Albania insieme a un amico. A un passo dal confine, improvvisamente, dal fango, sbucano fuori degli uomini armati. Sono soldati. È il 1988. C’è il regime di Hoxa. E per i fuggiaschi nessuna clemenza. L’amico di Ilir mostra dei documenti, dai quali risulta che suo padre è Mehmet Musai. Mehmet Musai è il nome del capo della polizia di frontiera. I ragazzi non possono comunque oltrepassare il confine, ma vengono lasciati andare. In realtà, non c’è nessuna parentela tra l’amico di Ilir e il capo della polizia. Ma una semplice omonimia li salva dalla prigione o forse da qualcosa di peggiore.
La terza immagine è quella di un gruppo di giovani che si riuniscono in uno spazio espositivo di arte contemporanea a Torino e discutono per dare vita una rivista bilingue - albanese e italiano – che possa funzionare da collante tra gli albanesi che vivono in Italia e che, soprattutto, possa dare agli italiani un’idea del popolo albanese diversa rispetto a quella diffusa dai nostri media. È il 2008 e il gruppo è composto perlopiù da studenti universitari, venuti nel capoluogo piemontese da ogni parte dell’Albania solamente – ci tengono a sottolinearlo – per motivi di studio.
Ilir Butka, direttore del Tirana Film Festival, è uno degli ospiti presenti al workshop di Albania 1 e 1000, la rivista bilingue che l’associazione Mergimtari (che si occupa di favorire l’integrazione sociale e culturale degli albanesi in Italia) sta realizzando con l’aiuto Ilmotorediricerca (gruppo multidisciplinare che dal 2007 ha dato avvio a un laboratorio itinerante atto a creare una rete di legami tra Italia e Albania). Il motorediricerca ha invitato varie personalità del mondo dell’arte, del giornalismo e della cultura in genere per mettere a disposizione degli associati di Mergimtari, che costituiranno la redazione di Albania 1 e 1000, una quantità di testimonianze e spunti sufficienti a redigere il numero zero della rivista. Il signor Butka parla dei cinque anni vissuti a Genova lavorando contemporaneamente come operaio e come artista e della sua decisione di tornare in Albania per potersi dedicare esclusivamente alle sue passioni. Terminato il suo racconto ha una domanda da porre ai ragazzi di Mergimtari.
ILIR
Quanti di voi hanno portato i loro amici italiani in Albania?
LIRIEN (studentessa di giurisprudenza)
Non li abbiamo portati, ma li porteremo. D’altronde, anche noi andiamo in Albania solo due volte all’anno.
ILIR
Fosse anche una sola volta all’anno, dovete portare con voi uno dei vostri amici. È un gesto importante quello di invitare nella vostra terra gli amici del paese che vi ospita.
ERGYS (studente di scienze politiche)
È ancora un po’ presto. Portare qualcuno a Tirana dove stanno facendo tutto daccapo, alcune strade non sono asfaltate, dà un’immagine dell’Albania…
ILIR
Se ti vergogni della tua realtà, della tua provenienza, ti vergogni di far vedere a qualcuno chi sei.
ERGYS
Magari vorremmo far vedere la nostra parte migliore.
ILIR
Quando ho fatto venire in Albania un mio amico italiano avrei potuto farlo dormire in un albergo ma ho preferito farlo dormire a casa mia, per fargli condividere il più possibile la mia realtà.
MATTEO FRATERNO (artista e coordinatore de Ilmotorediricerca)
Fidatevi, se sono veri amici non potranno non apprezzare l’ospitalità albanese. Noi siamo stati ospitati da un importante musicista nella sua casa di due stanze e, pure in quella umiltà, abbiamo capito che essere ospiti di un albanese è una delle esperienze più affascinanti che si possono vivere.
Condivido quello che dicono Ilir e Matteo, ma comprendo anche il punto di vista Ergys, il quale vorrebbe aspettare che il processo di rinnovamento dell’Albania arrivi a uno stadio più avanzato, non per nascondere la sua realtà, ma per evitare quelle incomprensioni interculturali a cui la generazione della globalizzazione - quella nata negli anni ’80 - è paradossalmente più esposta rispetto alle precedenti: per un cinquantenne una strada non asfaltata non vuol dire niente, per un ventenne – anche a livello inconscio – può diventare sinonimo di inciviltà. Durante questa discussione mi viene in mente un episodio che risale a quel tempo in cui gli albanesi nascondevano la loro realtà al resto del mondo per motivi che nulla avevano a che fare con la sensibilità culturale mostrata da Ergys.
Zoti Capparelli, il mio prozio, portava lo stesso nome di Shën Jani Pagëzor, il patrono di Acquaformosa, il paese arbëreshe in provincia di Cosenza dove lui era nato e dove i miei genitori continuano a vivere. Cinquecento anni dopo l’arrivo dei suoi avi sulle coste calabresi, aveva deciso di compiere il percorso inverso, dalla Calabria ai Balcani, per sapere finalmente qualcosa di più sulle sue origini. In Albania c’era ancora la dittatura. Le guide albanesi lo accolsero gentilmente, nonostante fosse un prete. Gjaku ynë i shprishur, gli dissero appena seppero che era un arberëshe e lo abbracciarono. Ma quando arrivò a Tirana, Zoti Capparelli non poté muoversi liberamente: poteva visitare solo alcune zone e doveva fotografare soltanto i monumenti. Tutte queste limitazione erano necessarie, sostenevano le guide, affinché non portasse in Italia un’immagine distorta dell’Albania socialista.
L’Albania ha superato quel momento triste della sua storia e oggi è un paese in forte crescita, che diventa col passare del tempo sempre più accogliente e che ha già conquistato qualche italiano come, ad esempio, i fratelli De Serio, registi torinesi, ospiti del workshop e amici di Ilir Butka, il quale ha dato un contributo decisivo alla realizzazione de L’Esame di Xhodi, il loro ultimo documentario, ambientato a Tirana e vincitore della sezione ITALIANA.DOC del Torino Film Festival 2007.
FRATELLI DE SERIO
È una serie di ritratti di ragazzi che non sono artisti, ma lo stanno diventando o, almeno, vogliono diventarlo, perché sono studenti dell’Accademia di Belle Arti o del Conservatorio. Siamo stati a Tirana durante i giorni della visita di Bush, ma abbiamo preferito raccontare una sorta di bolla all’interno della città dove si passano il testimone dell’apprendimento dell’arte persone che hanno ben altre preoccupazioni rispetto ai grandi eventi della storia.
Dopo la proiezione del film, le espressioni sui volti dei ragazzi di Mergimtari mostrano qualcosa di molto lontano dall’entusiasmo. Anche Ilir Butka ha degli appunti da fare ai suoi amici torinesi.
ERGYS
Sicuramente è una parte della realtà. Mi è sembrata una cosa un po’ triste, un po’ pessimista.
EDIT (studentessa di scienze politiche)
Sono dell’idea che abbiate un po’ sfruttato gli aspetti deboli dell’Albania. Mi è sembrata un po’ troppo triste la situazione che avete mostrato. Non avete nemmeno utilizzato una colonna sonora che comunicasse un po’ di ottimismo.
ILIR
Avete fatto un bel film, ma in tre secondi avete rovinato tutto. Mi riferisco al finale, quando si vede la foto di Bush e, in sottofondo, la bambina che ha fatto l’esame di pianoforte (Xhodi n.d.a.) canticchia una canzoncina comunista. La canzoncina racconta la storia di un agnello che è rimasto solo e triste. Di conseguenza, sembra che vogliate dire che il nostro paese, se va dietro all’America, rimarrà solo e triste.
L’Esame di Xhodi è un film molto bello, ma molto difficile. I ragazzi di Mergimtari hanno probabilmente confuso la malinconia della rappresentazione estetica con un giudizio sulla materia rappresentata, ovvero, hanno pensato che quella leggera tristezza da cui il film è velato fosse dovuta al fatto che i registi considerassero triste la vita degli studenti albanesi filmati e quindi dell’Albania. È facile cadere in un equivoco del genere quando si vede il proprio paese rappresentato da artisti stranieri e a maggior ragione, come ha ricordato Ilir Butka in una parte della discussione che non ho riportato, quando il proprio paese sta attraversando un momento particolarmente delicato. Sulla questione del significato politico del finale, anch’io sono stato tratto in inganno in un primo momento. Ma dopo averci ripensato a lungo, sono convinto che quel finale voglia dire qualcosa che nulla ha a che fare con l’antiamericanismo.
Xhodi, come premio per aver superato l’esame, viene portata in teleferica e qui inizia a cantare una canzoncina del regime. Nello stesso giorno Tirana è tappezzata di raffigurazioni di Bush. Il montaggio della canzone comunista sulle immagini del presidente americano mostra come il passaggio da una realtà politica a un’altra sia temporalmente vicino - un fatto certo e inopinabile -, ma non vuole veicolare nessun altro significato. Bisogna ricordare che la bambina non ha idea dell’origine o del sottotesto di quello che canta, semplicemente, porta con sé dei retaggi superficiali della storia. E la storia rarissimamente regala qualcosa, più di frequente invece lo sottrae e talvolta lascia degli spiragli di libertà che bisogna sfruttare al meglio, contando però soltanto sulle proprie forze: quelle forze che mostrano di avere i protagonisti de L’Esame di Xhodi, quelle forze che io credo - analogamente ai fratelli De Serio, ai componenti de Ilmotorediricerca e agli altri italiani che hanno partecipato al workshop - l’Albania possegga e che spero possano portarla non solo a migliorare se stessa, ma anche ad assumere un ruolo rivitalizzante nei confronti dell’Europa in generale, e dell’Italia in particolare. Purtroppo gli italiani, più degli albanesi, sembrano incapaci di vedere quei rapporti che hanno creato e che continuano ad alimentare un forte legame tra le nostre due nazioni. A tal proposito mi auguro che Albania 1 e 1000 possa avere una funzione importante, contribuendo nel suo piccolo a curare questa cecità.